
Un lago, una rocca, un piccolo borgo addossato ad un castello…
Un castello ormai privo dell’antico splendore dove, finita l’epoca delle contese tra principi della regione, il tempo scorreva nella noia dei suoi tre abitanti: il principe Pitocco di Tirchieria, la fantesca Gioconda, candida, buona e di consolidata saggezza e Becco Giallo che, nel castello, si sentiva protetto dal freddo e dalle frecce dei bracconieri.

Un giorno avvenne l’imprevisto. Al principe Pitocco, proprietario del castello ed erede dei famosi principi di Tirchieria, capitò un evento per lui insostenibile: la fantesca Gioconda si era presentata sorridente al suo cospetto tenendo fra le braccia un neonato che, a suo dire, era stato abbandonato fuori del gran portale.


Per il principe Pitocco la sorpresa fu inaspettata e sgradita.


"Non voglio neppure vederlo. E’ certamente opera di un clandestino". Il principe temeva di doversi accollare un’altra bocca da sfamare, oltre a quelle di Gioconda e Becco Giallo. Mettere mano alla borsa per lui era sempre motivo di grande sofferenza.


Fu grande lo sgomento di Gioconda.

"Non macchierò la mia stirpe di un delitto perciò lo manterrò in vita. Ma non consumi troppo cibo. La mia magnanimità gli consentirà di sopravvivere".

"Sia condotto nella torre e riposto tra i pupi del presepio. Colà non sarà solo, ma che non appaia mai più al mio cospetto"

Grandi furono la disperazione dell’infante e la rabbia di Gioconda. Becco giallo, pervaso da grande tenerezza, capì che non lo avrebbe mai abbandonato.


Gioconda percorse con affanno la ripida scala che conduceva alla torre mentre il piccolo innocente, atterrito per la pessima accoglienza, lanciava urla disperate.

Becco Giallo svolazzava perplesso.

Il bimbo fu depositato tra i pupi del presepio.


Sorpresi, tutti lo accolsero come un figlio.


"Ti chiameremo Bolletta" Disse il calzolaio, da sempre impegnato a risuolare la stessa scarpa.
Trascorsero gli anni finché il principe Pitocco, controllando i denari destinati alla cucina, si rese conto che la quantità di cibo destinata a Bolletta era diventata troppo costosa e salì nella torre per capire cosa mai fosse accaduto.


Vide la mole di Bolletta decise di adibirlo a qualche bisogna. Lo aveva mantenuto a lungo senza trarne alcun vantaggio.
Tutti erano preoccupati per la decisione che avrebbe preso il principe Pitocco.


"Vada a vivere nella serra. Ci sono vasi con piante preziose da sostenere e verdure sufficienti per sfamarlo".

Nella serra Bolletta non trovò la sua felicità. Si annoiava e si sentiva solo. "Non posso restare qui a lungo. Dovrò andarmene".
Così abbandonò la serra e si avviò verso il borgo sperando di trovarvi maggiore fortuna.


Gli uomini del borgo, allorché lo videro così malconcio – indossava ancora gli abiti donati dai pupi del presepio - lo scambiarono per un selvaggio e presero a dileggiarlo.

Bolletta s’innervosì molto e ritornò al castello.

Bolletta, sempre accompagnato da Becco Giallo, si presentò al principe Pitocco e gli disse: "Voglio tornare nella torre. Là gli amici del presepio mi accoglieranno con sincera umanità"

"Te ne do il permesso" rispose sorpreso e perplesso il principe Pitocco, e si chiese perché lui stesso non avesse condiviso la generosità dei pupi verso Bolletta.

I pupi del presepio lo accolsero, infatti, nuovamente con gioia ed affetto.


Fu così che il principe comprese i propri errori e si pentì.


Il cuore del principe Pitocco s’intenerì. Fece chiamare Bolletta e lo accolse a braccia aperte dicendo: "Vieni, hai dimostrato grande pazienza ed onestà d’intenti. Resta con me, ti nomino mio erede, principe Bolletta di Pitocco di Manostretta". Così, con grande gioia di Gioconda e Becco Giallo, da quel giorno vissero felici e contenti.